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    Sage Oracle Jet im Test – All-in-One Espressomaschine im Test

    Sage Oracle Jet in prova – Macchina per espresso all-in-one in prova

    La macchina espresso Sage Oracle Jet fa metà strada verso la superautomatica. La Oracle Jet si occupa della pressatura e anche della macinatura. E una serie di indicazioni vi guida passo dopo passo.

    Il nostro team di barista, trainer e ristoratori esperti ha messo alla prova la Oracle Jet per diversi mesi, con due macchine di test, senza farle sconti. La domanda è: questa macchina espresso semiautomatica con macinacaffè integrato e funzioni moderne riesce davvero a rendere più facile il passaggio dalla superautomatica, offrendo allo stesso tempo un espresso da barista?

    A prima vista la dotazione promette bene: tempo di riscaldamento velocissimo, macinatura e pressatura automatiche, un touchscreen con menu delle bevande (Cold Brew compreso) e una lancia vapore automatica per la microschiuma. Tutto in un apparecchio compatto – ma nella pratica funziona davvero bene come sulla carta? In questo test ce ne occupiamo in modo oggettivo, ma con la solita strizzata d’occhio.

    Vi aspettano capitoli chiari su aspetto e qualità costruttiva, tempo di riscaldamento & consumo energetico, comportamento della temperatura, macinacaffè, uso, qualità dell’espresso, montatura del latte, funzione Cold Brew – e alla fine il nostro verdetto con la valutazione.

    Aspetto e qualità costruttiva

    Da fuori la Oracle Jet è chiaramente una Sage. Look in acciaio inox, scocca dal design pulito, grande serbatoio dell’acqua sul retro – Sage in tutto e per tutto. Si nota però che la Oracle Jet si colloca un gradino sopra i modelli più economici (per es. Barista Express/Pro), un po’ come il Sage Dualboiler. La qualità costruttiva ci è sembrata superiore: meno plastica, più metallo, niente spigoli vivi – nel complesso tutto dà un’impressione di solidità. La macchina pesa circa 12 kg e di conseguenza sta ben ferma. Dettaglio pratico: sotto la vaschetta raccogligocce ci sono delle piccole rotelle, così si possono tirare in avanti comodamente i 12 kg sul piano di lavoro, per esempio per riempire l’acqua o pulire dietro. Sono piccolezze che mostrano come Sage abbia pensato all’uso quotidiano.

    Le dimensioni sono importanti – circa 42 cm di larghezza, 38 cm di profondità e 36 cm di altezza –, merito del macinacaffè integrato e della ricca dotazione. La Oracle Jet è in pratica una piccola superautomatica in versione portafiltro e ha bisogno del suo spazio. Punto a favore: il serbatoio contiene 2,3 litri e si può aprire dall’alto (comodo se i pensili sono vicini) oppure estrarre completamente verso il retro. La vaschetta raccogligocce è generosa e ha un furbo galleggiante che segnala «vaschetta piena». Ci stanno circa 650 ml di liquido prima di doverla svuotare – abbastanza per non dover correre al lavandino dopo ogni erogazione. Grazie a un supporto in plastica sotto la griglia in acciaio inox, quando la trasportate non trabocca facilmente nulla. Inoltre, davanti, dietro la vaschetta raccogligocce, si nasconde un cassetto per gli accessori (filtro cieco, pennello ecc.), come siamo abituati da Sage. In breve: costruzione e design sono ben pensati e adatti all’uso quotidiano.

    Un grande punto a favore in questa categoria: portafiltro da 58 mm di diametro. Sage monta qui un portafiltro standard in acciaio inox con doppio beccuccio e un grande filtro doppio. A differenza dei modelli Sage più piccoli (che spesso hanno 54 mm), potremmo quindi usare i nostri soliti pressini, filtri e accessori da 58 mm. Il filtro doppio è piuttosto capiente – ci stanno ~22 g di caffè macinato, ed è proprio la dose che la macchina ci suggerisce. Per la massima riproducibilità Sage consiglia (e noi siamo d’accordo) di erogare soprattutto espressi doppi.

    Il nostro consiglio

    Se vi serve un solo espresso, preparatene comunque uno doppio e dividetelo – il secondo espresso farà di sicuro felice qualcuno (al limite offritelo al vicino simpatico 😉).

    Nel complesso la Oracle Jet trasmette un’impressione di qualità. Valutiamo la qualità dei materiali con 6,5/10 punti – solida, anche se non del tutto a livello professionale. La dotazione è completa: oltre alla macchina con pressino integrato, vi risparmiate l’acquisto di diversi extra. Nella confezione trovate, tra le altre cose, un battifondi (knock box, il contenitore per battere via il fondo di caffè – molto apprezzabile!), un portafiltro da 58 mm con filtro doppio, una lattiera, strisce per il test della durezza dell’acqua, un filtro dell’acqua per il serbatoio e vari utensili per la pulizia (pastiglie detergenti, spazzolini, un piccolo cacciavite).

    Consumo energetico della Sage Oracle Jet nel test

    Tempo di riscaldamento ed efficienza energetica

    Veniamo a uno dei punti forti della Oracle Jet: il tempo di riscaldamento fulmineo. Alla prima accensione quasi non ci credevamo – dopo 3 minuti la macchina era pronta! Nel mondo delle macchine espresso è un tempo da record. Per confronto: molte classiche macchine con scambiatore di calore o dual boiler hanno bisogno di 20–30 minuti, alcune macchine a thermoblock comunque di 5–10 minuti. La Oracle Jet fissa un nuovo standard e con 3 minuti di riscaldamento entra nella top 3 delle macchine testate finora nella nostra lista. Sage chiama il sistema di riscaldamento ThermoJet®: si tratta di due resistenze a film spesso a controllo digitale. Una si occupa di scaldare rapidamente l’acqua per l’espresso o il vapore, la seconda è integrata direttamente nel gruppo erogatore per portarlo in temperatura. Questa struttura spiega la velocità e anche la buona efficienza energetica: le resistenze hanno poca massa, che viene scaldata in modo mirato, invece di tenere costantemente caldo un grande boiler.

    Le nostre misurazioni confermano l’efficienza in modo netto. Nel test standardizzato (riscaldamento + 5 erogazioni di espresso di fila) la Oracle Jet ha consumato solo ca. 0,0656 kWh – quindi meno di 0,07 kWh. Riportato a un singolo espresso (fase di riscaldamento inclusa) fanno appena 0,014 kWh per erogazione. In altre parole: un espresso consuma meno corrente di, per esempio, 5 minuti di stiratura con un ferro a vapore.

    Con i prezzi dell’energia in aumento è una notizia rassicurante: con questa macchina il vostro espresso quotidiano pesa pochissimo sulla bolletta. Con 10/10 punti nella categoria consumo energetico la Oracle Jet diventa un punto di riferimento. Dopo il riscaldamento la macchina non continua nemmeno a riscaldare di continuo – quando è inattiva passa abbastanza presto in standby e mantiene la temperatura, a quanto pare, in modo efficiente, senza assorbire energia in permanenza.

    Per chi la usa, tutto questo significa: niente più lunghe attese al mattino – accendete, riempite i chicchi, nel frattempo magari preparate le tazzine, e si parte. Su altri modelli Sage pubblicizza un «3 Second Heat Up» un po’ fuorviante – in realtà sono appunto 3 minuti, ma resta comunque una velocità sensazionale.

    Un consiglio però ve lo diamo: per quanto la Oracle Jet si scaldi in fretta, 3 minuti non bastano ancora per una stabilità di temperatura perfetta (i dettagli nel prossimo capitolo). Dopo i 3 minuti l’ideale è fare un’erogazione a vuoto, o almeno far passare un po’ di acqua calda nel portafiltro. Così il portafiltro si scalda bene una volta. Le parti metalliche (portafiltro, gruppo erogatore) infatti restano chiaramente indietro – succede con tutte le macchine a riscaldamento rapido.

    Il nostro rituale

    Accendete la macchina, aspettate 3 minuti fino a «Ready», avviate brevemente un’erogazione senza caffè (lasciate scorrere l’acqua), poi asciugate il portafiltro, agganciate il caffè e via. Così il primo espresso parte dalla migliore temperatura possibile.

    In sintesi, tempo di riscaldamento ed efficienza sono un punto di forza assoluto della Oracle Jet. La sensazione di «zac – accendo e parto subito» è davvero piacevole e abbassa la soglia per farsi un espresso al volo. Per questo assegniamo il punteggio pieno di 10/10 nel tempo di riscaldamento. Ma ora passiamo al rovescio della medaglia di questa rapida tecnologia ThermoJet: il comportamento della temperatura durante l’erogazione dell’espresso.

    Andamento della temperatura della Sage Oracle Jet durante l’erogazione dell’espresso

    Comportamento della temperatura durante l’erogazione

    Tanto la Oracle Jet è rapida a essere pronta sulla carta, quanto dobbiamo guardare con occhio critico la sua stabilità di temperatura durante l’estrazione. Nei nostri test è emerso che la macchina raggiunge sì la temperatura impostata, ma solo con ritardo nel corso dello shot. Cosa significa in concreto?

    La Oracle Jet ha una temperatura di infusione regolabile (configurabile in °C sul display, di fabbrica intorno ai 93 °C). Dalle nostre misurazioni tra temperatura impostata e temperatura reale non c’è un grande scostamento – ed è un bene. Se per esempio impostate 93 °C, la temperatura effettiva dell’acqua (dopo la fase iniziale) si assesta più o meno lì. Ma: nei primi secondi di ogni erogazione l’acqua passa decisamente più fredda.

    Le ragioni sono due. Da un lato, dopo aver premuto il pulsante la macchina non inizia subito l’estrazione. A volte passano alcuni secondi prima che le prime gocce escano dalla macchina.

    Il secondo punto riguarda la logica di estrazione della macchina. La Oracle Jet ha una fase preliminare della pompa (preinfusione) con un flusso molto basso. Usa una pompa a vibrazione, controllata però elettronicamente in modo da raggiungere la piena pressione solo dopo ca. 8–10 secondi. All’inizio nel letto di caffè gocciola solo un filo d’acqua – il che di per sé può fare bene all’estrazione (il macinato si bagna dolcemente). Il problema: durante la preinfusione questa piccola quantità d’acqua si raffredda molto nel portafiltro di misurazione, e a quanto pare il sistema di riscaldamento non riesce a portare l’acqua alla temperatura impostata fin dal primissimo secondo. Risultato: i primi ~10–15 secondi dell’erogazione restano sotto la temperatura impostata; solo dal secondo 15 circa il flusso d’acqua raggiunge la temperatura obiettivo.

    Questa temperatura ancora troppo bassa dipende anche dalla struttura del portafiltro di misurazione. Con un flusso d’acqua così basso non entra in contatto con abbastanza acqua per misurare valori di temperatura elevati. D’altra parte questa piccola quantità d’acqua si raffredda anche in modo estremamente rapido. Abbiamo quindi riprodotto questo flusso ridotto con altre macchine espresso. Il confronto diretto mostra che la Sage resta comunque troppo a lungo troppo fredda. Tutte le altre macchine con flusso ridotto hanno raggiunto la temperatura obiettivo 5–7 secondi prima, a parità di flusso!

    Abbiamo registrato questo comportamento sia con il nostro protocollo di temperatura KM sia con il protocollo standard WBC (erogazione di 32 s con 5 s di preinfusione). L’escursione era enorme: abbiamo misurato temperature dell’acqua tra 66 °C (minimo) e 94 °C (massimo). Anche ignorando i primi 5 secondi, all’inizio la temperatura era ancora sugli 80 e qualcosa e saliva sopra i 90 °C solo tardi. Questa «curva di temperatura pigra» si vede anche nel nostro protocollo. Dopo 4–5 secondi di erogazione la temperatura era ancora circa 5 °C sotto il valore impostato, dopo 10 secondi ancora ca. 1,5–2 °C sotto. E tutto questo con la curva «abbellita»: abbiamo infatti iniziato a contare l’erogazione solo una volta raggiunti i 70 °C.

    Misurando dal momento in cui si preme il pulsante, come prevede normalmente il protocollo di test, abbiamo raggiunto la temperatura obiettivo solo dopo circa 18–22 secondi!!!

    Sage Oracle Jet nel protocollo di temperatura KM

    In entrambi i casi la temperatura si stabilizza solo dopo. Non è l’ideale, perché la fase decisiva dell’estrazione dell’espresso avviene proprio nei primi 20–30 secondi. Serve a poco che dal secondo 20 la macchina sia stabilissima.

    Per noi che la testiamo è una delle critiche più grandi alla Oracle Jet. Sage ha evidentemente scelto un approccio prudente: meglio una temperatura più bassa all’inizio che un rischioso surriscaldamento. Questo però porta a un’estrazione incoerente – soprattutto con tostature più chiare, che avrebbero bisogno di temperature alte e costanti. Le nostre curve di temperatura hanno mostrato inoltre leggere variazioni da un’erogazione all’altra: alcuni shot erano relativamente costanti (dopo la salita iniziale), altri oscillavano di 1–2 °C. Nel complesso il profilo di temperatura resta «problematico» e lontano dall’ideale. Nella categoria stabilità di temperatura abbiamo dato solo 4,5/15 punti – un valore nettamente sotto la media, che abbassa la valutazione complessiva.

    Per inquadrare la cosa: altre macchine fanno meglio, o arrivando prima in temperatura o con una leggera salita durante l’erogazione, ma partendo da un livello più alto. E non parliamo di macchine della stessa fascia di prezzo, ma di macchine espresso che costano un terzo della Sage Oracle Jet.

    La Oracle Jet invece segue un profilo «a lungo troppo fredda, poi costante un po’ più alta». Non è né una temperatura piatta né un classico profilo di temperatura come lo vorremmo. Secondo noi c’è parecchio da migliorare. La tecnologia della resistenza a film spesso ne sarebbe capace senza problemi.

    Confronto dei protocolli di temperatura della Sage Oracle Jet

    Consigli pratici sulla temperatura

    Lasciatela scaldare e fate un flush: come detto nel paragrafo precedente, aspettate assolutamente i 3 minuti e fate passare una volta l’acqua calda, per preriscaldare al massimo portafiltro e gruppo erogatore. Un «thermo-flush» prima del primo shot garantisce una partenza termica migliore.

    Preriscaldate la tazzina: ovviamente la tazzina dell’espresso dovrebbe essere ben calda (lo scaldatazze della Oracle Jet purtroppo non si scalda, visto che manca una caldaia: sciacquatela con acqua calda o scaldatela su una piastra separata). Ogni riserva di calore aiuta.

    Impostare una temperatura più alta? Si potrebbe pensare di alzarla semplicemente di 2–3 °C per compensare. Ci abbiamo provato – ma così nella parte finale dell’erogazione l’acqua si surriscalda. Meglio quindi restare su un’impostazione sensata (per es. 93 °C) e adattare invece il blend di caffè.

    Scelta dei chicchi: con la Oracle Jet consigliamo tostature medie o più scure. Perdonano più facilmente la temperatura iniziale un po’ bassa e si estraggono comunque in modo armonioso. Con un blend di espresso all’italiana sviluppato da noi (più scuro, intenso, cioccolatoso) abbiamo infatti ottenuto risultati eccellenti. Con le tostature chiare Third Wave, dall’acidità marcata, è stato più difficile tirare fuori un espresso davvero dolce e pulito. Con un espresso intenso e corposo invece il risultato è buono, perché questo caffè maschera un po’ la debolezza di temperatura.

    Non allungate inutilmente il tempo di erogazione: potrebbe venirvi l’idea di scegliere tempi di scorrimento molto lunghi, in modo che prima o poi la temperatura sia quella giusta. Ve lo sconsigliamo – un espresso non dovrebbe scorrere per 50 secondi solo per arrivare a 93 °C alla fine. Restate nel range normale (25–35 secondi di erogazione totale). A livello sensoriale un’erogazione troppo lunga non porta nulla – porta solo a sovraestrazione e amaro.

    Riassumendo: il comportamento della temperatura è il punto debole principale della Oracle Jet. Per i perfezionisti dell’espresso che si aspettano una curva piatta a 93 °C sarà una delusione. Nella pratica, però, con le misure descritte siamo comunque riusciti a erogare espressi buoni – soprattutto quando si viene incontro alla macchina con i chicchi giusti. Dalla metà dell’erogazione in poi la temperatura impostata corrisponde più o meno alla realtà e non c’è un grande scostamento nascosto, ed è un bene. In pagella però resta un netto segno meno. Tra i nostri criteri di valutazione la temperatura, con appena 4,5 punti su 15, è stata il valore anomalo verso il basso.

    Distribuzione granulometrica del macinacaffè integrato della Sage Oracle Jet

    Macinacaffè integrato – prestazioni, rumorosità e qualità di macinatura

    Un elemento centrale della Oracle Jet è il macinacaffè integrato. In molte macchine compatte è proprio il macinacaffè il punto critico: spesso è un compromesso dettato dallo spazio. Per questo abbiamo applicato il nostro protocollo completo di test dei macinacaffè, per verificare rumorosità, velocità di macinatura, spazio morto (ritenzione) e distribuzione granulometrica – come facciamo con i macinacaffè stand-alone.

    La Oracle Jet punta su macine coniche in acciaio temprato. Sage rivela che si tratta di coni Etzinger (noti dai macinacaffè Baratza), e la nostra ispezione visiva lo ha confermato. Queste macine coniche sono regolabili in modo continuo, ma con una scala numerica di 1–45 sul display (la finezza si può quindi impostare in 45 «passi», e tra un numero e l’altro c’è ancora margine – il sistema è in pratica «micrometrico», il che permette una regolazione fine). Nel test il macinacaffè macina automaticamente direttamente nel portafiltro e poi pressa, sempre in automatico. Ma guardiamo i numeri:

    Velocità di macinatura: il macinacaffè non è né una lumaca né un razzo, ma si piazza bene a metà classifica. Abbiamo misurato ca. 18 g in 10 secondi. Va benissimo. Non si aspetta un’eternità, ma nemmeno è tutto finito in 5 secondi. Per l’uso domestico la velocità è più che sufficiente.

    Rumorosità: con una media di 75,9 dB durante la macinatura (misurati a 30 cm di distanza) il macinacaffè della Oracle Jet è piacevolmente silenzioso. La nostra impressione soggettiva lo conferma: il rumore di macinatura è più attutito rispetto a molti macinacaffè esterni. La macchina in sé (pompa, meccanica) è comunque relativamente silenziosa – il rumore maggiore arriva sempre dal macinacaffè, e qui la Oracle Jet se la cava molto bene. 75–76 dB la collocano in un’ottima categoria (per confronto: è decisamente sotto il livello di rumore di molti macinacaffè più economici, che arrivano tranquillamente a 80–85 dB). Al mattino, a casa, nessuno cadrà dal letto per lo spavento mentre macinate un espresso. Ancora una parola sulla «qualità del rumore»: il macinacaffè non è rumoroso, questo è vero. Ma mentre macina sembra «fare fatica» a ridurre il caffè in polvere.

    Spazio morto («ritenzione»): meno piacevole è lo spazio morto, cioè la quantità di caffè macinato che resta nel macinacaffè dopo la macinatura. Di solito distinguiamo tra ritenzione permanente e temporanea – ma con questa struttura non è stato possibile separarle in modo pulito, quindi qui c’è solo il valore assoluto: circa 3,3 g restano nel canale di uscita e tra le macine. In pratica significa: se per un po’ (diciamo >1 ora) non macinate caffè, i primi 3,3 g che escono dopo sono già polvere di caffè leggermente ossidata e stantia, rimasta dall’ultima volta. Non si sente subito in modo estremo (soprattutto nelle bevande con latte), ma col tempo noterete che il primo shot dopo una lunga pausa tende a essere peggiore e a scorrere un po’ più acquoso del secondo. Se tenete alla freschezza, non è il massimo. Purtroppo 3 g di caffè vecchio non spariscono per magia – a meno di fare una breve «macinatura a vuoto» e buttare i primi secondi di macinato. Nella vita di tutti i giorni quasi nessuno lo farà, quindi si convive con leggere differenze di qualità tra la prima erogazione e le successive. Per un macinacaffè integrato con dosatore e pressino, però, 3,3 g non sono nemmeno una sorpresa – i classici macinacaffè a macine piatte con dosatore in passato avevano una ritenzione decisamente più alta. I moderni single dosing invece stanno sotto 1 g. Qui va detto chiaramente: per come è costruito, un macinacaffè integrato difficilmente può avere uno spazio morto ridotto come, per esempio, i macinacaffè single dosing esterni, dove i chicchi si mettono dall’alto a dose singola ed esce tutto dal basso.

    Costanza del grado di macinatura & distribuzione granulometrica: ora si fa tecnico: abbiamo fatto misurare la distribuzione granulometrica del macinato con la diffrazione laser – come per oltre 80 macinacaffè prima di questo. Ma niente paura, riassumiamo solo i risultati rilevanti. Con l’impostazione da espresso il macinacaffè della Oracle Jet produce un diametro mediano delle particelle di ca. 324 µm (x50). Più importante è l’ampiezza della distribuzione: quanto sono omogenee o eterogenee le dimensioni delle particelle? Il picco principale (la «montagna» alta nel grafico granulometrico) era a ~284 µm, con una dispersione relativamente stretta. La quota di particelle finissime (<100 µm) è del 28,5 %. Tradotto: il macinato è relativamente uniforme, non ci sono troppi «fini» e non c’è una dispersione estremamente ampia dal finissimo al grossolano.

    Nei nostri test sui macinacaffè è emerso finora che una distribuzione granulometrica stretta contribuisce in modo decisivo a un gusto dell’espresso pulito ed equilibrato. Particelle molto disperse (macinato molto disomogeneo) portano spesso ad aromi «sfilacciati» – note amare E acidità sgradevole allo stesso tempo, poca dolcezza, semplicemente poco armonico. Qui il macinacaffè della Oracle Jet se la cava in modo piacevolmente solido.

    La curva granulometrica della Oracle Jet assomiglia a quella di buoni macinacaffè per espresso di fascia media. Non è stretta come quella dei macinacaffè high-end davvero costosi (lì il picco sarebbe ancora più stretto e definito), ma «buona e solida» la descrive bene. Nelle nostre prove abbiamo estratto in modo gustoso molte tostature da espresso diverse, senza che il macinacaffè si rivelasse il fattore limitante. Siamo riusciti a estrarre persino tostature più chiare – solo che, come detto, qui a limitare è più la temperatura che il macinacaffè.

    Rumorosità, velocità e costanza del macinacaffè ricevono da noi buoni voti (per es. rumorosità 3,5/5 punti nel nostro schema, velocità «solida»). Lo spazio morto abbassa un po’ il giudizio. Nel complesso il macinacaffè ottiene un «buono» – cosa che non si può dire di tutti i macinacaffè integrati. Di solito non siamo fan delle soluzioni combinate (macinacaffè+macchina in uno), perché spesso almeno uno dei due componenti ne risente. Qui però il macinacaffè non è una grande debolezza, anzi è piuttosto un piccolo punto di forza della Oracle Jet.

    Verdetto sul macinacaffè integrato della Sage Oracle Jet

    Pressino

    Ancora una parola sul pressino automatico della Oracle Jet: dopo la macinatura la macchina pressa automaticamente il macinato. Togliete il portafiltro e trovate la superficie del panello già pressata. All’inizio eravamo scettici – soluzioni del genere le abbiamo viste fatte peggio. Ma Sage ha lavorato bene: la pressione è costante, il panello compattato in modo pulito. A volte resta solo qualche briciola sciolta sul bordo, ma succede anche pressando a mano (per es. se il pressino è appena più piccolo del diametro del filtro). Queste briciole si possono ignorare – non influiscono in modo percepibile sull’estrazione. Importante: la pressione del pressino non è regolabile, ma a quanto pare è preimpostata nel range ottimale. Nel complesso il pressino automatico fa risparmiare lavoro e funziona in modo affidabile.

    In breve: la pressatura automatica è una bella comodità, soprattutto se la macchina la usano più persone o se al mattino volete lavorare con precisione ma senza troppa fatica.

    Display touch della Sage Oracle Jet

    Uso e guida per l’utente

    La Sage Oracle Jet si presenta come una macchina espresso «smart» – e lo si nota nell’uso. L’elemento centrale è il grande display touch da 5 pollici al centro. Questo display ci è piaciuto molto: è chiaro, a colori e soprattutto veloce e reattivo. Non c’è niente di più frustrante di un touchscreen lento – qui tutto risponde bene al tocco.

    Interfaccia e menu

    Dopo l’accensione la Oracle Jet vi accoglie con una schermata iniziale in cui le diverse bevande sono disponibili come icone. Di default sono elencati espresso, americano, cappuccino, latte, flat white ecc. – in pratica programmi predefiniti. Questo ordine però si può personalizzare: spostare in avanti la bevanda preferita, nascondere quelle usate di rado (spariscono dalla prima schermata, ma non vengono cancellate). Nel test il drag-and-drop delle icone è risultato intuitivo.

    Toccando una bevanda (per es. espresso) si entra in un sottomenu con impostazioni specifiche. Qui si può regolare per esempio la quantità (cioè quanti ml/grammi devono finire in tazza) e, se serve, la temperatura di infusione e il tempo di preinfusione (a seconda della modalità). Per le bevande con latte si aggiungono le opzioni per quantità di schiuma e temperatura del latte. Per il cappuccino si può definire per esempio: X ml di espresso, livello di schiuma 5, temperatura del latte 60 °C. Queste regolazioni si possono salvare come preferenza personale, così la volta successiva la macchina usa direttamente questi parametri. Si può perfino cambiare l’immagine della bevanda – un vezzo, ma carino.

    Nei menu Sage ha cercato un equilibrio: il maggior numero possibile di impostazioni, ma con una navigazione comunque semplice. Secondo noi ci è riuscita bene. Certo, all’inizio forse conviene dare un’occhiata al manuale per capire tutte le funzioni – ma ci siamo orientati in fretta. Chi arriva da una superautomatica resterà piacevolmente sorpreso da quante cose si possono regolare. Chi arriva da macchine manuali penserà forse «serve davvero tutto questo?» – ma niente paura: la Oracle Jet si può usare anche semplicemente come una macchina classica (regolare a mano grado di macinatura e quantità e poi avviare l’erogazione), senza passare di continuo dai menu. Per le famiglie o per chi inizia, però, questi aiuti valgono oro.

    Accessori della Sage Oracle Jet

    Barista Guide e aiuti

    Una particolarità è il «Barista Guide» integrato. In sostanza è un piccolo assistente che dopo uno shot di espresso può darvi un riscontro: lo shot era sottoestratto o sovraestratto? La macchina lo capisce dal tempo di scorrimento e dalla quantità e poi vi suggerisce in quale direzione cambiare il grado di macinatura. Esempio: se il vostro espresso è scorso troppo in fretta, dopo l’erogazione compare il consiglio «Macinare più fine, per es. da 30 a 27». O, al contrario, con un’erogazione molto lunga, macinare più grosso. Abbiamo trovato questa funzione utile – soprattutto per chi non ha ancora anni di esperienza con l’espresso. La Oracle Jet vi prende per mano e forse vi risparmia qualche shot frustrante. Naturalmente non sostituisce un corso da barista, ma accelera i progressi: ricevete subito un suggerimento concreto, invece di constatare soltanto «accidenti, è scorso troppo veloce/lento».

    Il nostro consiglio: lavorate in volumetrico

    Usate assolutamente il controllo volumetrico della macchina, non quello a tempo. Nel menu infatti potete impostare se un’erogazione si deve fermare in base alla quantità (volume d’acqua) o al tempo.

    La Oracle Jet dispone di una volumetria precisa: un flussometro fa sì che, per esempio, passino 45 ml d’acqua e poi l’erogazione si fermi. Abbiamo testato la costanza – la macchina centra la quantità in modo piuttosto preciso (entro 1–2 ml). Per questo nella categoria «volumetria (costanza della quantità erogata)» ottiene 8/10 punti, un buon valore. Lo stop a tempo invece ve lo sconsigliamo: se impostate fissi 25 secondi, a seconda del grado di macinatura una volta la tazzina trabocca e un’altra resta quasi vuota. Il risultato sarebbe incoerente. Quindi lavorate assolutamente in volumetrico! Le quantità si possono impostare nel profilo. Purtroppo qui il controllo non è personalizzabile. Segue le quantità predefinite da Sage, che però sono sensate in rapporto alla grande dose di caffè utilizzata.

    L’usabilità complessiva l’abbiamo valutata con 8,5/10 punti. Nonostante le tante funzioni, la macchina è intuitiva. Buona parte di ciò che sembra complesso avviene in automatico o è facoltativo. Esempio: la funzione Auto-Queue – la Oracle Jet può ottimizzare il flusso di lavoro, per esempio iniziando automaticamente a montare il latte appena l’espresso è estratto, senza dover premere nulla. Così l’espresso non resta fermo inutilmente, il latte è pronto subito dopo e potete unire le due cose. È ben pensato e fa risparmiare qualche secondo – nice to have, se preparate cappuccino & co.

    Anche pulizia e manutenzione sono ben supportate: la macchina vi ricorda la decalcificazione, la pulizia del gruppo (backflush) e il cambio del filtro dell’acqua, ogni volta con un’indicazione nel menu. Ci sono programmi di pulizia automatici che si possono avviare. Tutto questo fa sì che anche chi è meno esperto possa tenere la macchina in forma a lungo. Resta comunque l’avvertenza importante: usate assolutamente il filtro dell’acqua in dotazione (oppure riempite con acqua dolce)!

    Un altro tema emerso nell’uso: il doppio beccuccio del portafiltro. Qui abbiamo una critica chiara: in basso le due uscite sono molto vicine. Anche se in alto, sul portafiltro, sono ben distanziate, all’interno convergono a cono, tanto che i due getti di espresso in uscita sono separati di pochi millimetri. Perché conta? Se volete riempire due tazzine di espresso contemporaneamente, devono stare davvero attaccate, altrimenti qualcosa va fuori. Ci siamo arrabbiati un paio di volte perché, dividendo un doppio, una goccia è finita fuori dalla tazzina, visto che l’uscita è così centrata e stretta. Non è un dramma – ci si abitua e si posizionano le tazzine di conseguenza – ma lo abbiamo notato in negativo. In molti altri portafiltri le uscite in basso sono un po’ più distanti, e questo rende più facile preparare due espressi. In alternativa si potrebbe usare un portafiltro senza fondo (disponibile come accessorio): il problema sparisce, ma poi gli shot vanno divisi a mano.

    Tirando le somme, sull’usabilità la Oracle Jet convince. Il mix di automazione (per la comodità) e controllo manuale (per la qualità) qui è ben riuscito. Diremmo così: chi arriva da una superautomatica troverà molte cose familiari («premo un pulsante, va da sola, ricevo consigli») e allo stesso tempo impara via via i parametri importanti di una macchina espresso (grado di macinatura, rapporto, temperatura ecc.). Anche gli home barista più esperti possono trovarla interessante, perché nonostante tutti gli aiuti si può regolare abbastanza da sé e la macchina non si mette mai «di traverso» quando volete intervenire di persona. Per esempio potete sempre macinare e pressare a mano (il macinacaffè ha anche un pulsante manuale, e la lancia vapore si può usare in modo completamente manuale, vedi il prossimo paragrafo). In breve: uso = promosso.

    Qualità dell’espresso alla prova di gusto

    Alla fine conta quello che finisce in tazza. Come se la cava la Oracle Jet sul gusto? Qui confluiscono naturalmente tutti gli aspetti visti finora: temperatura, macinacaffè, volumetria – tutto influisce sull’espresso. I nostri risultati sono stati nel complesso buoni, con alcuni limiti.

    Con il chicco giusto (come detto, meglio non una tostatura Third Wave ultra chiara, ma un profilo da medio a più scuro) abbiamo erogato espressi di tutto rispetto. Crema, corpo e aroma erano al livello che ci aspettiamo da una buona macchina espresso. Soprattutto con il nostro espresso Compadre, più scuro (una tostatura in stile italiano sviluppata da noi), abbiamo ottenuto una crema densa color nocciola, un corpo pieno con note di cacao e frutta secca, e il problema di temperatura non si percepiva al palato – l’espresso era dolce e intenso, come deve essere.

    Con espressi più chiari (chicchi dalle note fruttate) però abbiamo toccato limiti evidenti. Qui abbiamo notato che la macchina non arriva del tutto all’estrazione ottimale che sarebbe possibile con una macchina espresso precisa e stabile in temperatura. Gli shot erano molto diversi tra loro, da bevibili a estremamente aspri, e a volte mancavano un po’ di pulizia, corpo ed equilibrio. Lo attribuiamo soprattutto alla curva di temperatura – una leggera sottoestrazione nella prima fase, che al palato si percepisce come troppa acidità o gusto esile.

    Potenziale espresso è il nome di una delle nostre categorie di valutazione – cioè quanta qualità si può tirare fuori al massimo dall’apparecchio. Qui diamo alla Oracle Jet 6/15 punti. È soprattutto la performance di temperatura a limitare fortemente la macchina. Ci mancano anche regolazioni precise per il volume (acqua) e il caffè (meno di 20 grammi, regolazione macchinosa tramite l’elica). Per l’home barista che ama sperimentare potrebbe essere frustrante – ma d’altra parte è proprio il pubblico a cui una macchina in parte automatizzata non si rivolge in primo luogo.

    Sul fronte della riproducibilità la Oracle Jet se l’è cavata bene. Grazie al controllo volumetrico e al macinacaffè costante, shot consecutivi (con le stesse impostazioni) erano molto simili. Naturalmente è importante far scaldare bene la macchina e tenere conto del fatto che a volte l’acqua inizia a scorrere con 2–4 secondi di ritardo.

    Con più espressi preparati di fila la qualità è rimasta costante. Qui l’elettronica ripaga: ogni doppio usciva con ~45 g in ~25–30 secondi, a patto che il grado di macinatura fosse giusto.

    Bilancio intermedio sulla qualità dell’espresso

    Per gustarsi ogni giorno espressi intensi, cappuccino & co la Oracle Jet dà senza dubbio buoni risultati. Bisogna prenderci un po’ la mano (come con ogni macchina nuova), ma poi si viene ricompensati con shot buonissimi. Alcuni dei nostri chicchi preferiti siamo riusciti a estrarli in modo quasi ideale. Solo chi si spinge al limite (chicchi chiari esigenti, esperimenti con i profili di erogazione) arriva prima ai limiti della macchina. Considerando che questa macchina si rivolge a chi inizia, quello che offre è soddisfacente. Soprattutto passando da una superautomatica si nota un salto di qualità nel gusto: aromi più intensi, crema più densa, un espresso nel complesso più «vero».

    Montatura del latte: automatica vs. manuale

    Per chi ama cappuccino, latte macchiato & co la Oracle Jet ha un altro asso nella manica: una lancia vapore automatica con programma per la schiuma di latte. Sage chiama il sistema Auto MilQ™, e con un tocco permette di ottenere schiuma di latte da barista – almeno in teoria. Ovviamente l’abbiamo testato a fondo, sia con latte vaccino sia con bevanda all’avena, e sempre a confronto con la schiuma montata a mano.

    Schiuma di latte automatica

    La Oracle Jet ha una lancia vapore in acciaio inox dotata di sensori. Si immerge la lancia nella lattiera (piena di latte), si avvia il programma automatico sul display e poi si può guardare la macchina che monta il latte. Prima si impostano due cose: la temperatura obiettivo del latte (selezionabile tra 40 °C e 75 °C) e la consistenza della schiuma (livello 1–8). Dietro le quinte Sage ha inoltre memorizzato profili per diversi tipi di latte – ci sono per esempio impostazioni specifiche per latte di soia, latte di mandorla ecc., che si possono selezionare in modo che l’automatismo monti in base al latte scelto. È tutto piuttosto ben pensato.

    Nella pratica la montatura automatica è andata così: prima la lancia soffia aria nel latte (la fase in cui si creano bolle più grandi, che i barista chiamano «fase di montatura» o stretching). Poi, dopo un po’, l’immissione d’aria si ferma e il latte viene solo scaldato e fatto girare («fase di rotazione»). La Oracle Jet esegue tutto in una sequenza fissa. La nostra impressione: il risultato era «da discreto a buono», ma non perfetto. Perché? Abbiamo notato che la macchina tiene la fase di rotazione relativamente breve e la inizia tardi.

    Quando montiamo il latte puntiamo volentieri a temperature appena sotto i 60 °C. A quel punto il latte è molto dolce e, secondo noi, ha il sapore migliore. La struttura di montatura dell’Auto MilQ è però impostata in modo da avere ancora bisogno di temperature appena sopra i 60 °C per far girare il latte in modo davvero omogeneo. Chi vuole montare il latte in automatico deve quindi accettare un piccolo compromesso.

    Abbiamo notato inoltre che l’automatismo non produceva ogni volta esattamente la stessa quantità di schiuma. Anche se riempivamo sempre la lattiera fino allo stesso segno, c’erano leggere differenze nell’altezza della schiuma – niente di drammatico, ma percepibile. Può dipendere da temperature di partenza del latte minimamente diverse o dalla regolazione dell’ugello. In ogni caso la costanza della schiuma automatica era «discreta, con piccole oscillazioni».

    Montatura manuale

    Per fortuna la Oracle Jet vi lascia anche intervenire a mano. La lancia vapore si passa in modalità manuale inclinandola in avanti – a quel punto parte il vapore e lo gestite voi come su qualsiasi macchina classica (aprendo/chiudendo una valvola o, in questo caso, riportando indietro la lancia). Naturalmente abbiamo montato anche a mano, per verificare le prestazioni della lancia vapore. Ed ecco qua: la potenza basta eccome per portare rapidamente in temperatura 200 ml di latte, e con un po’ di pratica si ottiene un’ottima microschiuma. La potenza del vapore è più o meno al livello di buone monocaldaie o di buoni thermoblock. Importante: la Oracle Jet non ha un sistema a doppio riscaldatore, cioè per il vapore l’elemento ThermoJet viene portato in modalità vapore. Ci vogliono però appena pochi secondi. Dopo l’erogazione dell’espresso si può montare quasi subito (la macchina segnala quando è pronta). Al contrario, dopo il vapore deve raffreddarsi di nuovo per l’erogazione dell’espresso – lo fa automaticamente con un flush nella vaschetta raccogligocce. Nel complesso il tempo di passaggio è molto breve e non ci ha dato fastidio.

    Il nostro confronto tra schiuma automatica e manuale:

    Automatica: dà una schiuma costantemente buona, ma raramente perfetta. Chi non ha pratica ci farà probabilmente un cappuccino migliore che con una macchina a portafiltro entry level, dove si deve montare da sé. È in pratica a prova di principiante: niente latte bruciato, niente tentativi alla cieca. Premete start e il risultato è ogni volta utilizzabile. È un chiaro vantaggio rispetto alle superautomatiche, la cui schiuma è spesso molto più grossolana e più fredda – qui si ottiene già qualcosa che si avvicina al cappuccino preparato dal barista. Diremmo che la schiuma automatica della Oracle Jet è migliore del 90 % di ciò che producono le superautomatiche, ma ancora un po’ lontana da un risultato da barista di alto livello.

    Manuale: permette a chi ha esperienza di tirare fuori il meglio. A mano abbiamo ottenuto una schiuma più bella rispetto all’automatico, semplicemente perché potevamo tenere più a lungo la fase di rotazione e dosare l’aria in modo più mirato. Con la giusta posizione della lattiera (consiglio: lancia vicino al bordo, quasi a toccare il fondo, e latte che gira) abbiamo ottenuto una microschiuma fine e lucida, perfetta per il latte art. Però – e va detto per correttezza – questo richiede pratica. Chi inizia, senza una guida, non otterrà subito una schiuma perfetta. Qui torna in gioco il vantaggio dell’automatico: offre a tutti almeno una schiuma di latte bevibile, senza allenamento.

    Altra cosa pratica: la lancia vapore si pulisce da sola. Dopo ogni montatura soffia brevemente vapore e acqua per eliminare i residui di latte dall’ugello. Basta passarla fuori con il panno umido in dotazione – fatto. L’intervallo di manutenzione per una pulizia più accurata (risciacquo con detergente) viene segnalato dalla macchina.

    Cold Brew & bevande fredde

    Una novità della Oracle Jet sono i programmi dedicati alle bevande fredde a base di caffè. Sage si è accorta che Cold Brew e caffè freddo vanno di moda e ha quindi dato alla Oracle Jet il bollino «Cold Extraction Enabled». Significa che nel menu si può selezionare «Cold Brew» o «Cold Espresso», e la macchina prova a estrarre un caffè con acqua fredda.

    Importante, prima di tutto

    La Oracle Jet non raffredda attivamente l’acqua. Usa semplicemente l’acqua a temperatura ambiente che avete nel serbatoio. Vuol dire che vere temperature da Cold Brew (4–10 °C) non si raggiungono – è più un «Ambient Brew». Nel nostro test l’acqua nel serbatoio era a ca. 23 °C e poi – con un minimo riscaldamento nei tubi – usciva dal portafiltro a circa 25–30 °C. Quindi tiepida.

    Cosa succede in modalità Cold Brew? La macchina macina piuttosto fine (chiede addirittura di adattare il grado di macinatura: compare l’indicazione «Macinare più fine per l’estrazione a freddo»). Poi avvia un’erogazione molto lunga a bassa pressione. L’obiettivo è ottenere una specie di concentrato da versare poi sul ghiaccio. Sinceramente eravamo scettici – di solito il Cold Brew si prepara con una macinatura grossa, in acqua fredda, per molte ore. Un estratto di 5 minuti con caffè macinato da espresso? Suona sbagliato.

    Il risultato ci ha sorpresi: era bevibile e non così male come ci aspettavamo. Abbiamo provato uno shot Cold Brew servito sul ghiaccio e allungato con un po’ d’acqua – aveva davvero meno acidità e amaro di un espresso preparato caldo e versato sul ghiaccio (che spesso ha effetti da «shock-brew»).

    Verdetto e valutazione

    Nel nostro test la Sage Oracle Jet ha lasciato un’impressione contrastante, ma nel complesso positiva. Riunisce molto di ciò che abbiamo sempre sperato da una moderna macchina espresso per la casa: avvio velocissimo, grande efficienza energetica, facilità d’uso e comunque controllo manuale (purtroppo con dei limiti), se lo si desidera. Il macinacaffè integrato si è rivelato migliore del previsto – macina in modo silenzioso, costante e abbastanza fine. La pressatura automatica e il Barista Guide tolgono ai neofiti la paura di sbagliare. Allo stesso tempo, con la programmazione volumetrica, la scelta della temperatura e perfino l’intervento manuale, si può comunque vivere il lato artigianale dell’espresso.

    Il punto debole principale della Oracle Jet è senza dubbio la gestione della temperatura durante l’erogazione. Qui bisogna scendere a compromessi – l’apparecchio non raggiunge le prestazioni di una buona macchina espresso. Per dirla in breve: la macchina eroga solo la parte minore del tempo di infusione alla temperatura obiettivo. Questo restringe molto la scelta dei chicchi adatti alla macchina. Che alla fine dell’erogazione arrivi a 93 gradi è un bene. Ma quello che succede per oltre metà del tempo di infusione le vale uno dei peggiori valori di deviazione standard che abbiamo misurato finora.

    Una parola sul pubblico: a chi consiglieremmo la Oracle Jet? Senza dubbio a chi arriva da una superautomatica e vuole finalmente fare un espresso «vero», ma apprezza comunque un po’ di comodità e di automazione. È proprio in questo scenario che la Oracle Jet brilla. Rende il passaggio molto più facile, offre bevande decisamente migliori di qualsiasi superautomatica, ma vi toglie molte delle parti «noiose» della preparazione dell’espresso (macinare, pressare, fare tentativi). La curva di apprendimento è dolce. Anche per uffici o famiglie, dove forse non tutti hanno voglia di fare gli home barista, la Oracle Jet potrebbe essere un buon compromesso – uno al mattino preme solo «Cappuccino» ed è felice, l’altro nel pomeriggio si mette lì a limare il grado di macinatura per lo shot di single origin.

    Non sarebbe invece la prima scelta per chi ha già una macchina semiprofessionale e un macinacaffè separato e vuole il 100 % del controllo. Queste persone vedranno piuttosto i limiti (per es. niente vapore ed erogazione in contemporanea, scostamento di temperatura, macinacaffè integrato fisso). A proposito di macinacaffè: il problema delle macchine combinate (macinacaffè+macchina nella stessa scocca) è spesso questo: se si guasta una parte bisogna spedire tutto l’apparecchio, e non è possibile fare upgrade. Naturalmente vale anche qui. Aspetto a lungo termine: gli apparecchi Sage non sono esattamente famosi per funzionare ancora dopo decenni – c’è molta elettronica e meccanica complessa (macine, motore del pressino ecc.) in poco spazio. Nel nostro mezzo anno di test ha funzionato tutto alla perfezione, e finora non abbiamo visto quasi nessuna segnalazione di guasti nemmeno dai primi utenti della Oracle Jet. Sage sembra aver imparato dai precedenti modelli Oracle. Resta comunque un certo scetticismo: se tra 3–4 anni qualcosa si rompe, dipendete dall’assistenza Sage (si spera accomodante). Ripararla da soli, con tutta questa tecnologia, non è davvero un’opzione (molto è sigillato, avvitato, incassato – nel dubbio si sostituisce invece di riparare). Ma questo è un tema generale degli elettrodomestici moderni.

    Nota sulla valutazione: questo test è stato svolto in origine con un sistema di valutazione precedente. I punteggi sono stati poi convertiti nel formato del nostro protocollo di test v2.3 (aggiornato a gennaio 2026), per renderli confrontabili. Oggi misuriamo in modo molto più rigoroso e con metodi più precisi, per cui il confronto con i test attuali è possibile solo in parte. Le macchine che funzionano bene le faremo passare di nuovo, un po’ alla volta, attraverso il protocollo attuale.
    Sage Oracle Jet
    Valutazione convertita secondo il protocollo di test 2.3 (gennaio 2026)
    69,8
    Giudizio complessivo
    Ottimo
    Punteggio
    0 – 100
    Espresso
    3,0
    x3
    Temperatura
    3,0
    x2
    Volumetria
    7,0
    x2
    Qualità della schiuma
    6,0
    x2
    Qualità costruttiva
    6,5
    x2
    Usabilità
    8,5
    x2
    Tempo di riscaldamento
    10,0
    x2
    Consumo energetico
    10,0
    x2
    Rapporto qualità/prezzo
    5,6
    x1
    Rumorosità
    7,0
    x1
    Accessori
    6,5
    x1
    Potenziale catering
    2,5
    x1

    Per concludere possiamo dire: nel test la Sage Oracle Jet ci ha fatto davvero divertire. Nonostante l’analisi critica dei valori misurati, nella vita di tutti i giorni ci siamo goduti con lei tanti momenti di espresso e cappuccino – ed è questo che conta. È una macchina comoda, che non vi fa aspettare e vi toglie molto lavoro, ma produce comunque un vero espresso, che con un po’ di messa a punto può essere davvero buono.

    Per noi il pubblico è quello giusto: se arrivate da una superautomatica, volete un vero espresso ma anche automazione e comodità, la Sage Oracle Jet può essere la macchina giusta per voi.

    Avete già avuto esperienze con la Sage Oracle Jet? Siete forse proprio il pubblico che vuole passare dalla superautomatica? Fatecelo sapere e scrivete la vostra opinione – complimenti o critiche che siano – nei commenti. Siamo curiosi di leggere le vostre impressioni!

    Detto questo: Happy Brewing – caldo o freddo che sia – e alla prossima prova!

    Was denkst du?